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Album "Il bar sotto il mare"

In questa gallery raccogliamo documenti che illustrano la genesi e la vita editoriale della raccolta di racconti Il bar sotto il mare di Stefano Benni (Feltrinelli, 1987), che fanno riferimento ai temi trattati nell’opera o hanno fornito una base informativa per l’autore.

Questa non vuole essere un’analisi scientifica ed esaustiva di fonti e documenti utilizzati dall’autore né tantomeno un’interpretazione critica.

Proponiamo il resoconto di un’esperienza di lettura e di ricerca nel patrimonio della nostra biblioteca (con alcune escursioni in altre raccolte documentarie). Non c’è quindi nessuna pretesa di una presentazione esaustiva dei molti argomenti e dei molti materiali che il testo potrebbe suggerire, ma la volontà di compiere una scelta sulla base di motivazioni anche episodiche.

Consci di non incarnare il Lettore Modello presupposto dal testo, del testo faremo un uso specifico piuttosto che darne un’interpretazione, secondo la distinzione posta da Umberto Eco in Lector in fabula (paragrafo 3.4, Uso e interpretazione, p. 59-60).

Dal momento che di Il bar sotto il mare sono state pubblicate diverse edizioni, non indicheremo le pagine, ma il titolo del racconto da cui sono tratte quelle parole. I singoli testi infatti sono sufficientemente brevi per permettere a chi lo volesse di rintracciare senza difficoltà la citazione in una qualunque edizione dell’opera.

I documenti utilizzati sono quasi totalmente conservati e consultabili presso la Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna. Salvo dove diversamente specificato la collocazione indicata è quindi relativa a questa biblioteca.

Ricordiamo che esiste un sito ufficiale dedicato all’autore in cui oltre a notizie varie si possono trovare anche diversi testi da lui scritti, in particolare articoli pubblicati su riviste e quotidiani.

immagine di Stefano Benni, Il bar sotto il mare (1987)
Stefano Benni, Il bar sotto il mare (1987)
Il bar sotto il mare esce in libreria nell’ottobre 1987 per l’editore Feltrinelli. La Biblioteca dell’Archiginnasio non possiede la prima edizione, di cui vediamo qui la copertina, gentilmente fornita dalla Biblioteca Natalia Ginzburg. Il volume raccoglie 23 racconti, incorniciati da un Prologo e un Finale in cui si visita il bar sottomarino che dà il titolo all’opera e i cui avventori sono i narratori delle 23 storie. La costruzione del libro riprende quindi quella della raccolta di novelle fatta all’interno di una cornice, pur se ridotta all’osso. L’illustrazione presente in copertina - opera di Giovanni Mulazzani - è un elemento di interesse perché non è semplice elemento paratestuale, ma fa parte della narrazione in quanto rappresenta i narratori stessi. Ognuno di questi viene identificato da una definizione fornita nella pagina che precede il prologo e in cui il disegno di copertina viene riproposto nelle sue linee essenziali, che delineano le sagome dei personaggi. Alcuni narratori sono facilmente identificabili con personaggi reali, mentre altri rappresentano un modello di personaggio letterario. Nel Prologo il narratore, rivolgendosi a noi lettori, fa diretto riferimento a questa immagine: «Come potete constatare dal disegno di copertina, formavano il gruppo più stravagante che io avessi mai visto». Si rende subito evidente il fatto che siamo all’interno di un’opera metaletteraria, che con questo accenno al paratesto smaschera il suo essere non solo una costruzione narrativa, ma anche un oggetto-libro. Il bar sotto il mare infatti, proprio a partire dalla ripresa del modello della raccolta di novelle inserita in una cornice - che tanta importanza ha avuto nella tradizione letteraria non solo italiana - si presenta come un gioco narrativo che si confronta con i diversi generi, in particolare con quelli paraletterari a lungo studiati da Valerio Evangelisti, per riflettere sulle infinite possibilità del raccontare. Una miniera di riferimenti, citazioni, parodie, che proveremo a seguire, senza l’ambizione di poterli mostrare tutti. Ma ogni lettore, seguendo questo percorso, potrà scovare e aggiungere le proprie scoperte.   Stefano Benni, Il bar sotto il mare, Milano, Feltrinelli, 1987. Collocazione: Biblioteca Natalia Ginzburg, N BENNS BAR
immagine di Stefano Benni, Il bar sotto il mare (2024)
Stefano Benni, Il bar sotto il mare (2024)
Quella che vediamo è la copertina dell’edizione 2024 del libro, indicata come sessantesima edizione. Nella gallery dedicata a Bar Sport abbiamo parlato dell’importanza che Benni assegnava non tanto al numero delle copie vendute, quanto al fatto che il libro continuasse a vendere per molti anni, segno dell’interesse suscitato in diverse generazioni di lettori e lettrici. Senza dubbio anche Il bar sotto il mare ha raggiunto questo traguardo. Salta all’occhio il fatto che la copertina non contiene più l’immagine in cui sono rappresentati i narratori dei racconti. Viene quindi a incrinarsi, e ci sembra un peccato, quel gioco metaletterario che era alla base della costruzione del libro. Il disegno di Mulazzani  viene ripreso nelle pagine iniziali, accoppiato a quello che presenta solo i contorni e, purtroppo, riprodotto in bianco e nero. Il Prologo continua a fare riferimento all’immagine di copertina come se fosse quella originale. Sarebbe stato meglio fare la cosa più semplice, mantenere l’immagine della copertina della prima edizione, per non creare questo piccolo corto circuito e rispettare l’intenzione originale dell’autore. Le cose vanno ancora peggio nella versione ebook del testo, in cui la copertina è quella che vediamo qui e nelle pagine successive è presente solo il disegno con le sagome, non quello originale di Mulazzani a cui le sagome fanno riferimento.   Stefano Benni, Il bar sotto il mare, 60. ed., Milano, Feltrinelli, 2024. Collocazione: 20. S. 71
immagine di Andrea Frullini, Le quaglie del diavolo - recensione
Andrea Frullini, Le quaglie del diavolo - recensione
Quella che vediamo è l’unica vera e propria recensione de Il bar sotto il mare che abbiamo individuato nei tre quotidiani («il Resto del Carlino», «la Repubblica» e «Corriere della Sera») su cui abbiamo potuto compiere una ricerca sistematica relativamente al periodo in cui è uscito il libro. L’autore è Andrea Frullini e il titolo, Le quaglie del diavolo, fa riferimento al racconto Il più grande cuoco di Francia, narrato dal vecchio con la gardenia che è anche colui che, nel Prologo, guida il narratore nel locale sottomarino. Il recensore mette in rilievo proprio la natura di «grande esercizio letterario» dell’opera. Sul «Corriere della Sera» non abbiamo rintracciato recensioni del libro, nonostante fosse stato annunciato il 2 agosto 1987 come una delle più interessanti pubblicazioni dell’autunno in arrivo. Nell’articolo  Storie di bar e fantasmi gotici di Antonio Debenedetti (qui la pagina intera) Il bar sotto il mare - che «rivisita quasi tutti i generi letterari» - si trova in compagnia, fra gli altri, di Quattro novelle sull’apparenza di Gianni Celati, autore molto apprezzato da Benni.   Andrea Frullini, Le quaglie del diavolo, «la Repubblica», 24 novembre 1987, p. 30-31. Collocazione: G. 131
immagine di Magda Poli, Quattro  folli  chiacchiere al bar
Magda Poli, Quattro folli chiacchiere al bar
Questo articolo di Magda Poli, datato 8 ottobre 1993, testimonia il successo de Il bar sotto il mare e la sua capacità di generare nuove narrazioni. Sei anni dopo la pubblicazione del libro, al Teatro Ciak di Milano, la Compagnia dell’Archivolto mette in scena alcuni dei racconti di Benni (lo spettacolo era stato annunciato dal «Corriere della Sera» tre giorni prima con un altro articolo intitolato Al Ciak c’è un bar sotto il mare con le ballate di Stefano Benni, firmato Giuseppe Tesorio). Regista dello spettacolo era Giorgio Gallione, mentre gli attori erano Marcello Cesena, Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris e Mauro Pirovano. Un altro articolo (La carica degli over cinquantamila di Antonio Debenedetti, «Corriere della Sera», 8 gennaio 1989) ci informa che nel 1988, quindi nell’anno successivo alla pubblicazione, Il bar sotto il mare vendette più di 50.000 copie, anche allora un risultato di tutto riguardo. Recordman di vendite in quell’anno, con 500.000 copie, Umberto Eco con Il pendolo di Foucault.   Magda Poli, Quattro  folli chiacchiere al bar, «Corriere della Sera», 8 ottobre 1993, p. 34. Collocazione: 19/6 L’archivio storico del «Corriere della Sera» è interamente consultabile sulla biblioteca digitale Emilib.
immagine di Giorgio De Rienzo, La pagella
Giorgio De Rienzo, La pagella
La pagella di Giorgio De Rienzo, pubblicata qualche mese dopo il libro (qui la pagina intera), non è tenera con Il bar sotto il mare. Voto finale cinque e mezzo.   Giorgio De Rienzo, La pagella, «Corriere della Sera», 14 febbraio 1988, p. 34. Collocazione: 19/6 L’archivio storico del «Corriere della Sera» è interamente consultabile sulla biblioteca digitale Emilib.
immagine di Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene
Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene
«Maestro – dice il buon Ascalaphe – la mousse è quasi riuscita, ma c’è qualcosa che mi sfugge. Il vino sauternes corteggia l’oca, ma quella non cede. Il sapore resta sospeso a metà. [...] – Caro Ascalaphe – dice alla fine – è probabile che tu sia stato troppo timido col sauternes e che l’oca sia di fegato un po’ grasso, allevata in fretta. Metti altre dieci gocce di vino e il matrimonio si farà.Ascalaphe versa le gocce prescritte e la mousse diventa perfetta. Non sbaglia mai il Maestro». (Il più grande cuoco di Francia)   Tra i modelli che possono aver ispirato Stefano Benni nel creare il grande cuoco Ouralphe, il protagonista del secondo racconto contenuto ne Il bar sotto il mare, Pellegrino Artusi occuperà un posto senz’altro non secondario. Il suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, pubblicato per la prima volta nel 1891, ha in effetti un successo strepitoso e, diffuso nelle case di tutta l’Italia, nazione da appena tre decenni, diventa un caposaldo non solo culinario, ma letterario e culturale tout court. Come scrive Piero Camporesi, nell’introduzione alla sua edizione dell’opera (p. xvi): «bisogna riconoscere che La Scienza in cucina ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi Sposi [...] anche perché non tutti leggono mentre tutti, al contrario, mangiano».La Biblioteca dell’Archiginnasio, oltre ad aver celebrato il lavoro di Artusi in una bacheca della mostra Pasta. Fresca secca colorata e ripiena nei documenti dell’Archiginnasio, possiede varie edizioni dell’opera: da quella qui riprodotta, del 1911 e integralmente consultabile online – arricchita dalle note del proprietario (o, più probabilmente, della proprietaria), che si appunta in un foglietto volante le ricette di agnolotti e tortellini – a quelle, più recenti e illustrate, come questa del 2023 – a dimostrazione di un affetto che ancora non si è spento. Ma si segnalano anche curiosità come il catalogo della mostra che si è svolta nel 2011 presso Casa Artusi, a Forlimpopoli, e un’antologia di racconti gialli a tema culinario, con Artusi come protagonista.Più interessanti, dal punto di vista storico ed editoriale, sono due lettere di Artusi alla casa editrice Zanichelli, oggi conservate nell’omonimo Fondo speciale Cesare Zanichelli (Cartone I, 35), a proposito di una ristampa de La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.    Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, Firenze, R. Bemporad, 1911. Collocazione: BUSSOLARI A. 419
immagine di I nove libri di cucina del Fondo Bentivoglio
I nove libri di cucina del Fondo Bentivoglio
Ma le sorprese culinarie conservate tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio non finiscono qui. Nel Fondo speciale Bentivoglio sono conservati nove manoscritti settecenteschi dedicati alle arti culinarie. I primi tre contengono il ricettario del cuoco bolognese Giuseppe Lamma – di cui l’Archiginnasio conserva anche un’edizione critica – mentre l’ultimo, riprodotto nell’immagine qui a fianco, contiene una Raccolta di note del costo delle droghe per far la ciocolata in varie bontà [...].Si tratta del carteggio fra il senatore bolognese Fulvio Bentivoglio e Felice Bianchi, maestro di casa del cardinale Caracciolo Santobono, incaricato di procurare al gentiluomo il cacao da Roma – migliore, e più economico, di quello padano. Ma questo scambio epistolare non è soltanto un’arida lista di prezzi e di commerci: vi si possono leggere ricette su come fare la cioccolata, sui vari tipi di cacao importati, ma anche pettegolezzi sulle vicende politiche e familiari dell’epoca.   Raccolta di note del costo delle droghe per far la ciocolata in varie bontà tanto in Roma che in Bologna dal 1737 sino al 1778, manoscritto. Collocazione: Fondo Speciale Bentivoglio, Libri di cucina, n. 9
immagine di Michele Scoto, mago e ghiottone a Bologna
Michele Scoto, mago e ghiottone a Bologna
«Il diavolo si rimboccò la coda nei calzoni ed emise un gemito.– Ho fatto parte dei Licanthropes, setta diabolica che si riunisce ogni venerdì notte al Père Lachaise, tomba di Delacroix – dice Ouralphe. – E so che c’è una regola che dice: Se il diavolo viene e si addormenta Per dieci anni poi non ti tormenta – Ha ragione, diabolico individuo – dice il diavolo alzandosi a fatica – lei mi ha sedotto, stregato, farcito di proteine e zuccheri. Tornerò tra dieci anni». (Il più grande cuoco di Francia)   L’immagine di Ouralphe, maestro dell’arte culinaria, che riesce (forse) a ingannare il Diavolo e a guadagnare dieci anni di vita, fa tornare alla mente una vecchia storia avvenuta, si racconta, proprio qui a Bologna. Iacopo (o Jacomo) della Lana, bolognese, è stato tra i primi, all’inizio del Trecento, a riconoscere il valore della Divina Commedia di Dante e a commentarla, per intero, nel dialetto emiliano dell’epoca. Annotando i vv. 115-116 del canto XX dell’Inferno, scrive:   «Qui fa menzione di Michele Scotto quale fu indovino dell'Imperatore Federico; ebbe molto per mano l’arte magica, sì la parte delle coniurazioni come eziandìo quella delle imagini; del quale si ragiona ch’essendo in Bologna, e usando con gentili uomini e cavalieri, e mangiando come s'usa tra essi in brigata a casa l'uno dell'altro, quando venìa la volta a lui d'apparecchiare, mai non facea fare alcuna cosa di cucina in casa, ma avea spiriti a suo comandamento, che li facea levare lo lesso dalla cucina dello re di Francia, lo rosto di quella del re d'Inghilterra, le tramesse di quella del re di Cicilia, lo pane d’un luogo, e ’l vino d’un altro, confetti e frutta là onde li piacea». Michele Scoto ebbe in effetti a lungo fama di mago, astrologo e negromante. A lui sono attribuite – al di là dei trattati scientifici che scrisse effettivamente, o che tradusse dall’arabo alla corte di Federico II – numerose opere di questo genere. Tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio se ne trovano alcune: la Pretiosa margarita nouella de thesauro, ac pretiosissimo philosophorum lapide, sorta di antologia di auctoritates medievali a tema magico-scientifico, e l’opuscolo De secretis Naturae, la cui pagina iniziale è riprodotta qui a fianco.   Michele Scoto, De secretis naturae, in Alberto Magno, De secretis mulierum libellus, scholiis auctus, & a mendis repurgatus. Eiusdem de virtutibus herbarum, lapidum, & animalium quorundam libellus. Item de mirabilibus mundi, ac de quibusdam effectibus causatis a quibusdam animalibus, &c. Adiecimus & ob materiae similitudinem Michaelis Scoti philosophi, de secretis naturae opusculum. Cum indice locupletissimo, Lione, apud Anthonium de Harsy, 1598. Collocazione: 10. GG. VI. 30  
immagine di Il topos dell'incontro col Diavolo
Il topos dell'incontro col Diavolo
Ouralphe, come abbiamo visto nella scheda precedente, nel finale del racconto cita la tomba di Eugène Delacroix come luogo di incontro di una setta di esperti in questioni diaboliche. Non ci sorprende quindi questo quadro del pittore francese, che  rappresenta quello che è forse il più famoso incontro letterario fra un essere umano e il signore degli inferi, durante il quale il Dottor Faust stringe il suo patto col Diavolo. Questa immagine proviene dalla prima edizione di La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz, datata 1930. Più di 40 anni dopo il grande studioso pubblicò Il patto col serpente. Paralipomeni di La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, la cui copertina propone un quadro di Hans Baldung Grien che l’autore descrive nella Prefazione:   «Secondo sant’Agostino L’Orgoglio e l’Invidia sono i due supremi pecccati capitali. L’invidia fu il peccato di Adamo, ma fu l’orgoglio a perdere Eva. Ed ecco come si articola il patto: l’orgoglio (Eva) conduce al peccato (il serpente) che conduce alla morte (lo scheletro) che mena all’inferno (il piede biforcuto)» (ivi, p. 7-8).   Ma non c’è disperazione in Eva:   «Quel che più lascia sbigottiti è l’espressione del volto della donna, non di terrore [...], non di angoscia [...]; ma anzi di sicurezza e di soddisfazione, come fosse entrata in possesso d’un bene agognato» (ivi, p. 7).   Forse l’accostamento è azzardato, come in questo quadro o nella vicenda di Faust, anche l’incontro fra lo chef Ouralphe - che a orgoglio e invidia assomma qualche altro peccato minore, ma non quello di gola - e il Diavolo, lui sì ghiottone, si conclude con un risultato incerto. Arrivati all’ultima riga del racconto, rimane il dubbio su chi sia uscito vincitore dalla sfida.   Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Milano-Roma, La cultura, stampa 1930. Collocazione: ANCESCHI A. 12, 67
immagine di Lodovico Carracci, Il Diavolo in cucina
Lodovico Carracci, Il Diavolo in cucina
Il racconto di una visita diabolica in cucina riporta alla memoria uno dei dipinti che decorava il chiostro di S. Michele in Bosco degli Olivetani di Bologna, opera di Lodovico Carracci. Il ciclo pittorico raccontava in gran parte scene della vita di S. Benedetto. Destinato a sparire a causa della consunzione del tempo, a più riprese si decise di fissarne la bellezza con un volume che ne fotografasse, tramite incisioni, le opere di Carracci e di altri pittori. Un Nota storica di Carlo Degli Esposti ricostruisce sia le vicende della decorazione del chiostro che quelle della realizzazione del volume che, dopo diversi ritardi, venne pubblicato nel 1776. Da questo è tratta l’incisione che fissa sulla pagina il dipinto di Carracci dedicato alla visita del Diavolo alla cucina, in cui i frati si affannano a spegnere l’incendio che ne consegue, come illustrato nella descrizione che accompagna l’immagine. Carlo Cesare Malvasia aveva già descritto Il claustro di S. Michele in Bosco di Bologna nel 1694, mentre nel 1888 venne pubblicato un altro opuscolo dal titolo Il celebre cenobio e claustro di S. Michele in Bosco degli Olivetani di Bologna. Cenni storici ed artistici (consultabile integralmente online).   Il claustro di San Michele in Bosco di Bologna de' monaci Olivetani dipinto dal famoso Lodovico Carracci e da altri eccellenti maestri usciti dalla sua scuola descritto ed illustrato da Giampietro Cavazzoni Zanotti con la compiuta serie delle dipinture diligentemente disegnate, ed incise in rame, In Bologna, impresso nelle Stampe dalla Volpe, 1776. Collocazione: 17. R. I. 06   Lo scritto di Carlo Degli Esposti citato - il cui titolo completo è Dal chiostro al claustro. Cause ed effetti di capolavori. Nota storica - si trova nella ristampa facsimilare del volume del 1776 (p. VII-XIV): Dal chiostro al claustro. L'ammiratissimo ciclo di dipinti eseguito nel chiostro ottagonale di San Michele in Bosco a Bologna da Ludovico Carracci e da altri maestri della sua scuola ricostruito attraverso l'opera voluta e pubblicata da Petronio Della Volpe nel 1776, con una nota storica di Carlo Degli Esposti, Bologna, Nimax, [1994]. Collocazione: 20. M. 757
immagine di La Callas canta "Ombra leggera"
La Callas canta "Ombra leggera"
«Il paradiso altro non è che il ristorante Bon-Bon, cinque stelle, per alcuni il miglior ristorante di Francia. La musica è “Ombra leggera” dalla Dinorah di Meyerbeer cantata dalla Callas, per alcuni il miglior soprano di tutti i tempi. (Nell’anno in cui si svolge l’azione Maria Callas ha sei anni. Ma molte altre cose strane succederanno in questa notte)». (Il più grande cuoco di Francia)   L’esecuzione dell’aria Ombra leggera da parte di Maria Callas è disponibile online. A fianco vediamo il frontespizio del libretto dell’opera che contiene l’aria, Dinorah ossia il pellegrinaggio a Ploermel di Giacomo Meyerbeer.   Dinorah ossia il pellegrinaggio a Ploermel. Opera semiseria in tre atti, parole di Giulio Barbier e Michele Carré, versione italiana di Achille de Lauzières, musica di G. Meyerbeer, Milano, Regio Stabilimento Ricordi, [1880?]. Collocazione: 8-L.ITAL. COMP.MUSIC. 06, 026
immagine di Il verme disicio e altri biblioanimali
Il verme disicio e altri biblioanimali
Il verme disicio o barattatore è una fantasiosa invenzione di Benni; l’autore però si ispira ad insetti come l'Anobium punctatum (tarlo) o il Lepisma saccharina (pesciolino d'argento), che si nutrono davvero di cellulosa, colle di origine vegetale o animale, cuoio e pergamena; la loro proliferazione è perciò molto pericolosa per le collezioni della biblioteca. Il contenimento delle infestazioni è un obiettivo fondamentale per la tutela delle collezioni, soprattutto tramite il controllo di temperatura e umidità relativa che, se mantenute al di sotto di una soglia di sicurezza, causano un rallentamento del ciclo vitale degli insetti fino allo stato di quiescenza (diapausa); in queste condizioni lo sviluppo e la riproduzione di molti insetti si interrompono, e dunque si riduce la loro pericolosità. Quando però viene individuato un volume già danneggiato, magari in anni lontani, l’intervento di restauro è necessario; ad esempio, nel caso di questo esemplare cinquecentesco, le gallerie scavate dagli anobidi nel cuoio della coperta, nel cartone dei quadranti e nelle carte ne compromettevano la struttura e ne impedivano la consultazione (il volume è consultabile integralmente online, riprodotto prima dell’intervento di restauro). Il servizio di tutela delle collezioni della biblioteca ha progettato il restauro del volume e ne ha affidato l’esecuzione materiale al laboratorio Cartantica di Parma. L’intervento conservativo si è articolato in diverse fasi: spolveratura di carte e coperta; scucitura, lavaggio e deacidificazione di prime ed ultime carte; smontaggio della coperta, pulitura e reidratazione del cuoio, integrazione delle lacune con inserti in cuoio di capretto; integrazione delle lacune nei quadranti in cartone con pasta di cellulosa; integrazione delle lacune e risarcimento delle lacerazioni nelle carte; ricucitura dei primi ed ultimi fascicoli, tramite prolungamento del filo originale; rimontaggio della coperta. L’integrità materiale e la fruibilità del volume sono state ripristinate, preservando gli elementi originari con cura filologica; si tratta di un risultato eccezionale, viste le condizioni dell’esemplare prima del restauro, ma le parole e i segni grafici divorati dall’ospite minuscolo e vorace sono per sempre perduti.   Officium beate Marie Virginis, [Venetiis, in officina Francisci Marcolini, 1545]. Collocazione: 10. w. IV. 26 La legatura dell’esemplare è descritta nella sezione delle Legature storiche dell'Archiginnasio.
immagine di La clinica dei libri
La clinica dei libri
Da qualche anno la Biblioteca dell’Archiginnasio ha proposto alle scuole primarie e secondarie di primo grado un laboratorio didattico che permette alle allieve e agli allievi di conoscere le attività di conservazione e restauro e sperimentare concretamente, naturalmente in scala ridotta, alcuni dei lavori che possono prolungare la vita dei volumi. Le classi, oltre alla consueta visita alla Biblioteca e al Palazzo, svolgono quindi delle attività aggiuntive all’interno del laboratorio di restauro, ribattezzato per l’occasione La clinica dei libri. Le proposte - descritte di seguito dalle parole della conservatrice della biblioteca, Irene Ansaloni - sono diverse per i due ordini scolastici a cui vengono rivolte:   Con le classi della scuola secondaria di primo grado, partendo dall’osservazione di alcuni dei libri antichi conservati in biblioteca, analizziamo la loro struttura, evidenziando le differenze rispetto a quella dei libri che leggiamo oggi. Per capire come veniva confezionato il libro antico, ciascun ragazzo prova a cucire alcuni fascicoli al telaio, con ago (a punta arrotondata!), filo e un po’ di pazienza. Nel frattempo, esaminiamo i diversi materiali impiegati per le legature antiche (cuoio, pergamena) e le molteplici funzioni che potevano avere le coperte. La seconda proposta è rivolta alle classi quarta e quinta della scuola primaria. Con colla e pennelli ciascun bambino prova a risarcire una lacuna sul tavolo luminoso, con la stessa tecnica impiegata dai restauratori. Mentre la colla si asciuga, osserviamo insieme alcuni documenti antichi custoditi dalla biblioteca: la retroilluminazione ci aiuta a trovare le differenze tra la loro carta e quella che usiamo oggi; scopriamo le tracce del telaio e la “firma” del cartaro (filigrana), come veniva prodotta la carta fatta a mano e come funzionavano i mulini da carta.
immagine di Ulisse Aldrovandi e i suoi mostri marini
Ulisse Aldrovandi e i suoi mostri marini
«Erano le due. Mezzo miglio a babordo vedemmo qualcosa di strano. Il mare era increspato, come se qualcosa di terribile lo avesse spaventato. [...] – Credo, capitano – dissi io – di aver avvistato una balena.– Ah – rise il capitano – bella razza di marinai! Non ci sono balene su questa rotta». (Matu-Maloa)   È impossibile a Bologna pensare ai mostri – non solo marini, come Matu Maloa, protagonista misteriosa dell’omonimo racconto di Benni – e non correre con la mente a Ulisse Aldrovandi e alle sue collezioni.La Biblioteca comunale dell’Archiginnasio conserva alcune preziose edizioni antiche degli studi del nobile e naturalista rinascimentale. Tra le pagine più affascinanti, in relazione alla storia che possiamo leggere ne Il bar sotto il mare, possiamo segnalare i brani sui cetacei del De Piscibus, in cui Aldrovandi tratta  di balene, orche, delfini (ma anche foche e lamantini) e le sezioni sugli animali marini della più celebre Monstrorum Historia. Proprio in quest’opera – ma la stessa incisione si trova anche, più piccola, a p. 640 della sopracitata edizione del De Piscibus – possiamo trovare l’immagine qui a fianco. Sembra quasi di vederla, mentre fa l’occhiolino al capitano Charlemont.   Ulisse Aldrovandi, Monstrorum historia cum Paralipomenis historiæ omnium animalium. Bartholomæus Ambrosinus ... labore, et studio volumen composuit, Bononiæ, typis Nicolai Tebaldini, 1642. Collocazione: 17. W. IV. 13   Ulisse Aldrovandi, De piscibus libri 5. et De cetis lib. vnus. Ioannes Cornelius Vteruerius ... collegit. Hieronymus Tamburinus in lucem edidit. ... Cum indice copiosissimo, Bononiæ, apud Bellagambam, 1613. Collocazione: ERCOLANI B. I. 10
immagine di Carte e mappe dell’età delle esplorazioni
Carte e mappe dell’età delle esplorazioni
«Dopo pochi giorni di navigazione noi marinai ci chiedevamo chi mai avesse insegnato al capitano Charlemont a portare una nave. Sembrava che avesse paura di consumarla. [...] Per calcolare la rotta, lui e i suoi ufficiali colibrì impiegavano intere mattine mentre noi lo facevamo subito a occhio, tanto navigavamo vicini a terra». (Matu-Maloa) Tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio si trovano numerosi documenti che, in vari modi e per varie ragioni, sono legati alla cartografia dell’età moderna e che il capitano Charlemont avrebbe potuto consultare durante il suo viaggio. È presente un Fondo speciale Carte ed atlanti nautici, ma sono conservate anche numerose mappe presso il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe o in pubblicazioni di grande pregio e interesse, fra cui segnaliamo questo isolario veneziano stampato nel 1696. L’immagine a fianco arriva da uno dei testi più celebri di questo genere: si tratta del Theatrum orbis terrarum sive Atlas novus curato dall’olandese Willem Jansz Blaeu e dal figlio Joan, stampato nel 1640, che la biblioteca ha utilizzato in occasione di una mostra sull’artista e naturalista Maria Sibilla Merian, intitolata In viaggio con Merianin. Alla sua esplorazione scientifica in Suriname è dedicata anche una sezione (p. 147-162) del recente Insectopolis. Una storia naturale di Peter Kuper, che ha presentato il volume presso la Biblioteca Salaborsa il 3 novembre 2025, in compagnia dell’entomologo e scrittore Gianumberto Accinelli.   Willem Jansz Blaeu, Joan Blaeu, Theatrum orbis terrarum sive Atlas novus. Partis secundæ pars altera, Amsterdam, apud Johannem Cornelium Blaeu, 1640. Collocazione: 18. D. II. 11
immagine di Antiche mappe e un manoscritto unico
Antiche mappe e un manoscritto unico
Un altro preziosissimo documento della cartografia conservato dalla Biblioteca dell’Archiginnasio è il manoscritto A.117. Si tratta dell’unico testimone completo del De toto orbe, opera geografica – destinata a rimanere inedita – composta dal patrizio veneziano Pietro Coppo intorno al 1520.Nato in laguna nel 1470 e morto in Istria nel 1555, appartenente ad una delle più illustri casate della Serenissima, Coppo dedicò larga parte della sua vita alla composizione di opere geografiche e cartografiche. L’immagine a fianco contiene il mappamondo che apre la ricca sezione di carte a colori in appendice al De Toto Orbe. Si tratta veramente di un documento peculiare, che mette insieme le più recenti scoperte geografiche – il Capo di Buona Speranza, nel margine inferiore dell’Africa, il Mundus Novus, ancora largamente inesplorato – e qualche, rara, più antica reminiscenza tutta medievale, come l’indicazione “Amazones” nel Caucaso.   Pietro Coppo, De toto orbe, manoscritto, sec. XVI. Collocazione: Fondo Manoscritti, A. 117
immagine di Un viaggio intorno al mondo tra i fondi della Biblioteca
Un viaggio intorno al mondo tra i fondi della Biblioteca
Ma con i fondi della biblioteca si può anche fare il giro del mondo, seduti nella Sala Manoscritti e rari. Basta consultare il Fondo speciale Luigi e Giuseppe Tanari, il secondo dei quali fu ufficiale di marina e futuro sindaco di Bologna, autore di un viaggio intorno al mondo sulla corvetta Vettor Pisani. Il giovane Tanari raccolse un intero album di fotografie del suo viaggio (in parte scattate da Arnoux Hippolyte). A fianco ne vediamo una, che ritrae le rive del fiume   Đồng Nai (o, come scrive Tanari sotto la pagina, “Donai”), oggi in Vietnam.   Album fotografico “Viaggio della corvetta Vettor Pisani”. Collocazione: Fondo speciale Luigi e Giuseppe Tanari, b. XXXV
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Moby Dick
«E infatti il mare ribollì e si aprì e proprio davanti a noi spuntò la testa di Matu-Maloa. Era il più grosso capodoglio che avessi mai visto, almeno duecento piedi. Aveva la testa grigia e rossastra piena di tagli e protuberanze, una vera montagna tormentata, e la mandibola avrebbe potuto tagliare la nave in due come una forbice». (Matu-Maloa)   Il modello, mai nominato ma ineludibile, di Matu Maloa è, ovviamente, Moby Dick. Però al contrario: non è Charlemont/Achab che caccia il mostro, ma viceversa, e la caccia non è mossa da odio o vendetta, ma dall’amore.Il romanzo di Melville è in effetti uno di quei libri che possono davvero essere definiti un ‘classico moderno’ e quello di Benni non è l’unico testo che, in maniera più o meno fedele, ne prende ispirazione. Anche tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio si trovano molte opere ispirate, in vario modo, a Moby Dick. Si possono nominare due versioni a fumetti, una con personaggi umani (si veda qui la copertina), un’altra con protagonista Paperino (qui potete vedere la copertina e la prima tavola); una riduzione per bambini,  ma anche un articolo scientifico intitolato Le balene di Melville.Infine proponiamo un libretto d’artista, Fortunato: congetture su Moby Dick, a cura di Gilberto Madioni, da cui è stata tratta l’immagine qui a fianco, dal titolo La caccia.   Fortunato: congetture su Moby Dick,  a cura di Gilberto Madioni, Piancastagnaio, Comune; [Roma], Italarte, [2005]. Collocazione: 35. C. 1104
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Collera, insulti...
La collera è il motore dell’azione narrativa di Achille e Ettore, ex amici divisi da una bicicletta. È il racconto del secondo uomo col cappello e quindi il secondo racconto ambientato nello strambo paese di Sompazzo, il cui sindaco è incaricato di dirimere la controversia fra i due:   «Toccò al sindaco decidere: e il sindaco stabilì che solo un duello poteva risolvere la questione. Perciò riunì i due litiganti e disse: - Ad Achille che è il più anziano, la scelta delle armi. - Insulti - disse Achille. - Insulti? - Insulti, e se è patta a fiatate, e se è ancora patta a vino e salsicce». (Achille e Ettore)   I nomi epici dei due contendenti lasciano presagire la fine tragica, inevitabile quando la sfida inizia a colpi di insulti, che comportano sempre «il rischio di una pericolosa escalation» (Franco Volpi, Un alfabeto di insolenze, in Arthur Schopenhauer, L’arte di insultare, a cura di F. Volpi, p. 9-23: 17). Questa illustrazione è tratta da un Dictionnaire des injures la cui copertina è un manifesto delle intenzioni dell’autore. Un petit traité d'injurologie se non fonda una nuova scienza sicuramente indica un nuovo e interessante campo di studi, precedendo l’accurato e irriverente dizionario, in cui gli insulti e le offese dell’antichità e della contemporaneità convivono.   Robert Édouard, Dictionnaire des injures. Précédé d'un petit traité d'injurologie, [Paris], Tchou, 1967. Collocazione: 34. D. 1407
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...e versi
«- Achille Lanzarini fa tirar tutti i camini ma Lanzarini Agnese fa tirar tutto il paese. [...] Ettore Baldi tutte le notti fa i cornetti caldi lui ne fa cento e altri due glieli fa Fiorenzo». (Achille e Ettore)   La disfida a colpi di insulti fra i due ex amici si apre con due quartine in versi che vanno a offendere le rispettive mogli. La scelta di Benni non è un caso ma un esempio di come ogni racconto si ritrovi a giocare con una o più tradizioni letterarie: prima di arrivare a un duello degno dell’epica, le prime schermaglie possono infatti essere inserite nel ricco filone delle tenzoni poetiche, aspre o scherzose che siano. Dalla poesia trecentesca ai dissing dell’hip hop, gli insulti in rima non si contano. E le povere consorti dei poeti sono state spesso il bersaglio delle cattiverie, come dimostra il dissidio - in realtà non reale ma tutto letterario - forse più famoso di tutti, quello fra Dante e Forese Donati:   «I primi interpreti della tenzone [...] d’accordo hanno visto in questo sonetto l’intenzione di scherzare con frasi a doppio senso sulla sventurata Nella, verso la quale Forese non compie i suoi doveri di marito». (Michele Barbi, La tenzone di Dante con Forese, p. 11. Dello stesso autore si veda anche Ancora della tenzone di Dante con Forese)   L’incisione dell’incontro fra il poeta e l’amico (Purg., XXIII) è di Gustave Doré, tratta da: Dante Alighieri, La Divina Commedia. Vol. 2: Purgatorio, illustrata da Gustavo Doré e dichiarata con note tratte dai migliori commenti per cura di Eugenio Camerini, Milano, Sonzogno, 1869. Collocazione: LANDONI Q. 008  
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Ugo Nanni, Enciclopedia delle ingiurie, degli insulti, delle contumelie e delle insolenze (1953)
Quattordici anni prima che in Francia, nel 1967, fosse pubblicato il Dictionnaire des injures di Robert Édouard visto in una scheda precedente, nel nostro paese era uscita questa Enciclopedia delle ingiurie, degli insulti, delle contumelie e delle insolenze. Nella Presentazione dell’opera (p. 9-14) l’autore Ugo Nanni rivendica la primogenitura. Presenta una rassegna di opere bizzarre - dizionari, manuali, enciclopedie dedicati alle ghiottonerie, al giocatore di calcio, all’incesto e altre stramberie per affermare orgogliosamente che nessuno aveva invece mai composto «un Dizionario delle ingiurie che pure ha eccellenti ragioni di esistere» (p. 11). Siamo quindi di fronte a un’opera pionieristica, «un vade mecum ad uso di uomini politici, giornalisti, autisti, carrettieri, meretrici, tifosi del calcio e scaricatori di porto» (ibidem). Achille, uno dei protagonisti litigiosi del racconto di Benni, avrebbe potuto offrire questo creativo contributo all’enciclopedia:   «- Fazazadecáz / pezedmérdacarágnadunpórz / tastarázzaadcazzarázazáztotpinedbógn / catvagnancáncher / catvagnaunazidáant / sumarnázdunsumarnázstrazzabalimbalzévaferdalpépvaferdigrógnvetaturintalcúl vaferdibuchénstranzdunsfighédundsgraziéatmuressteetotchicumpagnaté». (Achille e Ettore)   Ugo Nanni, Enciclopedia delle ingiurie, degli insulti, delle contumelie e delle insolenze, Milano, Ed. Ceschina, 1953. Collocazione: BIGIAVI C. 215          
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Incontri ravvicinati… negli anni '50
«Una mattina presto stavo pescando nel fiume di Sompazzo quando sentii alle mie spalle un fragore impressionante. Vidi gli alberi tremare e gli uccelli fuggire. Poi uno scoppio e più nulla. Attraversai l’argine e mi apparve una creatura singolare: un barilotto di metallo con un nasone da talpa e due braccini snodabili con catarifrangente. Stava prendendo a calci un disco volante e con voce irosa gridava più o meno così:– Zukunnuk dastrunavi baghazzaz minkemullu mekkanikuz!» (Il marziano innamorato)   La storia degli UFO in Italia è, forse, più lunga di quanto si pensi. È da poco finita la Seconda Guerra Mondiale, la penisola sta ancora facendo i conti con le macerie, la dittatura, i suoi morti – e forse non è un caso – quando i dischi volanti arrivano nell’immaginario collettivo e nei cieli italiani.Vari sono i percorsi che la Biblioteca dell’Archiginnasio offre ai suoi utenti per esplorare questo fenomeno peculiare. Il più diretto è senz’altro quello di andare a recuperare riviste e quotidiani d’epoca, come la bella immagine de «La Domenica del Corriere» qui a fianco, pubblicata il 14 novembre 1954. Una contadina, sulle colline nei dintorni di Arezzo, racconta di aver visto due alieni «che somigliavano ai nani di Biancaneve e parlavano un linguaggio incomprensibile», ci spiega il trafiletto che accompagna l’illustrazione. La protagonista di questo strano incontro – scrive ancora, non senza una punta di giudizio, il giornalista – «giura, come i protagonisti di analoghi casi attribuibili ad autosuggestione, che la incredibile storia è vera dalla a alla zeta». Al protagonista del racconto di Stefano Benni, forse, non sarebbe andata diversamente.   «La Domenica del Corriere. Supplemento illustrato del Corriere d'informazione», 14 novembre 1954. Collocazione: A. 2231
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L’invasione dei cieli del 1978...
«Accidenti! Ho così fretta di tornare a casa che ingolfo il motore e la quazzomobile si blocca. [...] Via via, gli dico, non ci pensi e torni a casa che la aspettano. Con la mia cinquecento gli do una bella spinta. La quazzomobile vibra un po’ poi si mette in moto e, accidenti che motore! In dieci secondi è scomparsa tra le nuvole». (Il marziano innamorato)   Continuando ad esplorare i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio, ci imbattiamo più volte in notizie di incontri ravvicinati, dischi volanti, misteriose presenze aliene. Uno degli anni più notevoli, da questo punto di vista, è stato il 1978: l’anno dei tre papi, del rapimento Moro, ma anche l’anno in cui nelle televisioni italiane arriva Goldrake – UFO robot, l’anno in cui allo Zecchino d’Oro si canta Uffa gli UFO.Sfogliando i quotidiani di quell’anno si percepisce la grandezza del fenomeno: anche solo limitandosi all’Italia, le apparizioni erano frequentissime e diffuse lungo tutta la penisola. L’Emilia Romagna non è stata risparmiata da questa pacifica invasione celeste, come si vede dall’immagine qui a fianco, tratta da «il Resto del Carlino» del 19 dicembre. Dallo stesso quotidiano proponiamo una rassegna di articoli dedicati a avvistamenti di oggetti volanti non identificati relativi al solo mese di dicembre.   Incontro ravvicinato con un Ufo in Romagna, «il Resto del Carlino», 19 dicembre 1978, p. VI. Collocazione: 19/1      
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…e un romanzo che la racconta
Il 1978 è stato insomma un anno cruciale, anche dal punto di vista celeste. UFO 78, firmato dal collettivo Wu Ming (qui a fianco la copertina della copia conservata nella Biblioteca dell’Archiginnasio), ne racconta la storia, con una prospettiva certo romanzesca, ma per nulla inverosimile. Il romanzo si dipana tra i punti di vista di un’antropologa, più interessata ai ‘contattisti’ che ai contatti con gli alieni, e uno scrittore di fanta-archeologia di grande successo, Martin Zanka, apertamente ispirato al modenese Peter Kolosimo. A lui è dedicata anche Italia mistero kosmiko, una delle tracce di Bioscop, primo CD realizzato dal Wu Ming Contingent, la costola musicale del collettivo. Wu Ming aveva già raccontato una storia di (presunte) presenze extraterrestri sulla Terra nel romanzo del 2018 Proletkult, che però era ambientato nella Russia del 1927. Come spiegato nel Diario di scrittura pubblicato su «Tuttolibri» del 15 ottobre 2022 (p. IX) - il cui titolo è Sarà colpa di tutti quegli ufologi a Roma se la città è precipitata nel caos? - il romanzo russo era nato proprio dal lavoro che il collettivo stava portando avanti da anni sul tema ufologico e che sarebbe poi approdato, dopo mille modificazioni e aggiustamenti, a UFO 78.   Wu Ming, UFO 78, Torino, Einaudi, 2022. Collocazione: 20. G. 6890
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Ma Tex Willer cosa c'entra?
I lettori fedeli di Tex sanno che fra grandi cavalcate, fitte sparatorie, rudi scazzottate e solenni mangiate, ogni tanto si insinua fra le pagine del più longevo fumetto italiano una dimensione meno concreta, più sfuggente e misteriosa. C’è la religione delle tribù dei nativi americani - che nel fumetto continuano comunque a chiamarsi indiani - i loro spiriti malvagi o benigni, ma c’è anche un piano dell’esistenza in cui fanno capolino la magia e poteri che potremmo definire paranormali. È in questa dimensione non realistica e misteriosa che ha preso da tempo residenza Mefisto, forse il più longevo e ricorrente degli antagonisti del nostro ranger. Comparso fin dalle prime avventure, Steve Dickart, in arte Mefisto, è inizialmente un banale illusionista che vaga fra le fiere dei villaggi per ingannare la gente. Ma fin dalla sua seconda apparizione - quella raccontata in questo volume, inizialmente pubblicata negli albetti settimanali poi riproposta negli albi mensili n. 39 (La gola della morte) e 40 (Il ponte tragico), datati 1964 - Mefisto inizia ad acquisire poteri magici che si accrescono nei decenni a venire, tanto che neanche la morte riuscirà a fermarlo. L’ultima apparizione del personaggio nella serie regolare del fumetto è del 2022 (n. 744, Il trionfo di Mefisto), ma è prevedibile un suo ritorno, proprio perché ogni sua comparsa permette di aggiungere un piano narrativo di irrealtà e magia che aumenta il fascino delle avventure di Tex. Ma torniamo alla domanda con cui abbiamo intitolato questa scheda: si stava parlando di presenze aliene sul nostro pianeta, presenti o passate, e di Peter Kolosimo, al secolo Pier Domenico Colosimo, reincarnatosi nel protagonista di UFO 78 di Wu Ming. Ma Tex Willer cosa c’entra? Cominciamo col dire che il volume di cui vediamo la copertina con il volto del grande mago è del 1978, l’anno “alieno” per eccellenza. E allora chi meglio di Kolosimo - in quel momento all’apice del suo «enorme successo popolare» (Mariano Tomatis, Ricordando Peter Kolosimo) - poteva introdurre a questa dimensione misteriosa, in cui la realtà si confonde con l’immaginazione, l’onirico, il magico? La domanda non è retorica perché forse qualcuno poteva veramente farlo meglio dello scrittore modenese: sua moglie, che infatti firma insieme a lui la lunga e dettagliata prefazione a questa avventura di Tex (p. 9-20). Ma è il suo nome a precedere quello del marito in calce a questo scritto introduttivo - Caterina e Peter Kolosimo, non il contrario - tanto che vista la tematica potremmo pensare che il testo è maggiormente farina del sacco di lei e lui serve più che altro ad attirare lettori abituati a divorare i suoi libri di archeologia fantastica (e infatti sul frontespizio, luogo di più immediata visibilità, compare per primo il nome più famoso: Peter e Caterina Kolosimo). È sicuramente lei, Caterina Serafin, astrologa e esperta di interpretazioni di sogni, ad avere maggiormente le carte in regola per ripercorrere la parabola di Mefisto, il crescendo dei suoi poteri, dal semplice illusionismo alla telecinesi, dalla telepatia alla capacità di comparire in due luoghi diversi, fino al dono massimo, la possibilità di tornare dalla morte per continuare ad agire nel mondo. Tutti poteri che la prefazione dà per possibili, pur se con tanti distinguo e un po’ di limitazioni:   «È lo stregone dei nostri incubi, dicevamo. Impossibile incontrarlo nella realtà? Non siamone troppo sicuri: Mefisto ha tutte le carte in regola per potersi un giorno materializzare tra noi, anche se certe sue proprietà sono state ingigantite dalla fantasia di chi lo ha creato» (ivi, p. 9).   A parlare del mondo di Tex viene in mente che, fra i tanti generi letterari affrontati da Benni ne Il bar sotto il mare, quello che mancava era proprio un po' di western.   Tex contro Mefisto, testi di Giovanni Luigi Bonelli, disegni di Aurelio Galleppini, presentazione di Peter e Caterina Kolosimo, Milano, CEPIM, 1978. Collocazione: 35. D. 645
immagine di Erich von Däniken, Gli extraterrestri hanno inventato l'uomo?  (1978)
Erich von Däniken, Gli extraterrestri hanno inventato l'uomo? (1978)
La moda dell’archeologia aliena in quel 1978 non era solo italiana, anche se Kolosimo - oltre all’enorme successo - proponeva un approccio politico e una «radicalità» che lo rende diverso dai «suoi epigoni» (Wu Ming, Peter Kolosimo, 30 anni «across the universe» (1984 – 2014). Fra questi troviamo lo svizzero Erich von Däniken di cui - nel 1978, naturalmente - esce in Italia il libro Gli extraterrestri hanno inventato l'uomo, da cui è tratta l’immagine a fianco. In questa statua di una divinità colombiana - dice la didascalia in maniera assertiva e senza contemplare la possibilità del dubbio che invece si trova nel titolo del libro - «è riconoscibile la tenuta da astronauta». Si usa invece il condizionale, ma per porre una domanda retorica, nella didascalia che accompagna un bassorilievo in cui una figura umana è stata identificata prima in un gran sacerdote, poi in una fanciulla, ma «non potrebbe essere forse il “mio” astronauta in una capsula spaziale?».   Erich von Däniken, Gli extraterrestri hanno inventato l'uomo?, Milano, Rizzoli, 1978. Collocazione: 35. A. 28657
immagine di Lingue aliene
Lingue aliene
Abbiamo discusso a lungo del 1978, ma Benni pubblica Il bar sotto il mare, e quindi il racconto Il marziano innamorato, quasi 10 anni dopo. La moda delle visite extraterrestri ha perso smalto - anche se gli avvistamenti non cesseranno mai - e certamente non è sua intenzione proporre una narrazione che possa anche solo ipotizzare la possibilità di un reale incontro fra umani e alieni. Come negli altri racconti lo scrittore gioca con un genere letterario, la fantascienza e, più specificamente, il topos degli incontri ravvicinati. Ma gioca anche su un piano meno esplicito, che possiamo ravvisare in molti altri suoi testi: quello linguistico. Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti in Aga magéra difúra. Dizionario delle lingue immaginarie dedicano qualche pagina alle lingue inventate nelle opere di Benni - e ci torneremo nelle prossime letture - ma non citano la lingua del marziano di questo racconto, di cui abbiamo avuto un saggio nella scheda con cui abbiamo iniziato a parlarne («– Zukunnuk dastrunavi baghazzaz minkemullu mekkanikuz!» dice l’extraterrestre prendendo a calci il suo disco volante) e che continua a emergere lungo tutto l’arco della narrazione, nonostante Kraputnyk impari in maniera istantanea l’italiano. Come possano comunicare gli abitanti degli altri pianeti - dando per scontato che ve ne siano - è sempre stato un tema di grande fascino nelle narrazioni fantascientifiche. Ma ha in alcuni casi destato anche l’attenzione del mondo scientifico (o, con gli occhi di oggi, pseudoscientifico). A cavallo fra Otto e Novecento, in Svizzera, suscitò scalpore e coinvolse insigni studiosi quello che Roberto Giacomelli ha definito Lo strano caso della signora Hélène Smith, una commessa di cui si diceva che possedesse doti medianiche e poteri paranormali. Fra questi spiccava l’abilità nel parlare - o, dipende da quanto la si considerava degna di fede, nell’inventare - lingue mai ascoltate, umane e non. Agli idiomi extraterrestri parlati e scritti dalla signora Smith, Giacomelli dedica il capitolo Viaggi interplanetari e lingue aliene: marziano, ultra-marziano, uraniano, lunare (p. 81-115). Nell’immagine a fianco vediamo gli ideogrammi dell’ultra-marzxiano, lingua di una popolazione marziana rimasta allo stato primitivo e quindi priva di alfabeto. Il marziano invece ha non solo un alfabeto, ma anche una sua grammatica. L’uraniano, infine, svela la sua finzionalità perché chiaramente modellato sul sanscrito che la signora Hélène Smith stava studiando.   Roberto Giacomelli, Lo strano caso della signora Hélène Smith. Spiritismo, glossolalia e lingue immaginarie, Milano, Scheiwiller, 2006. Collocazione: 35. A. 34230
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VIta ultra-marziana
Hélène Smith non inventò solo lingue aliene, ma veri e propri mondi extraterrestri. Se finora abbiamo parlato di visite sulla Terra di abitanti di altri pianeti, lei compì, con una capacità immaginativa che forse lo stesso Benni avrebbe invidiato, il viaggio contrario, dal quale riportò ricordo e immagini mentali poi rappresentate in disegni. Il libro di Giacomelli ne riporta alcuni, fra cui un paesaggio e un interno ultra-marziano.   Roberto Giacomelli, Lo strano caso della signora Hélène Smith. Spiritismo, glossolalia e lingue immaginarie, Milano, Scheiwiller, 2006. Collocazione: 35. A. 34230
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Edgar Allan Poe
Oleron è uno dei racconti de Il bar sotto il mare in cui il gioco della citazione dei generi letterari o paraletterari si fa più scoperto. Vengono infatti ripresi stilemi e convenzioni del racconto gotico, in cui il misterioso protagonista - dall’aspetto vampiresco e dai modi ambigui, affascinanti ma anche spaventosi - frequenta arti magiche e presenze oscure. Il citazionismo arriva al punto che il narratore di Oleron - l’uomo col mantello, seduto nell’angolo in basso a destra nell’illustrazione di copertina - riprende fin nei dettagli il ritratto di Edgar Allan Poe che si trova stampato in moltissime sue opere, come per esempio questa selezione di racconti e poesie del 1918, pubblicata in Italia ma con testo originale.   Edgar Allan Poe, Poems and selected tales, Milan, Fratelli Treves, 1918. Collocazione: 9. a. III. 44
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Edgar Allan Poe, Ligeia
Edgar Allan Poe è esplicitamente citato in Oleron come uno degli autori preferiti dal misterioso protagonista, conte Maurizio Denian di Oleron. Fa la sua comparsa proprio nel momento in cui il narratore - che in realtà, lo abbiamo visto nella scheda precedente, ha le fattezze proprio dello scrittore di Providence - inizia la sua educazione al mistero e alle arti occulte:   «Il giorno dopo a scuola, non riuscivo a prestare attenzione alla lezione. Oleron all’improvviso mi fu di nuovo vicino. Mi mostrò un piccolo libro stampato su carta pregiata, e un’illustrazione. Era un disegno di Beardsley per “Ligeia” di Edgar Allan Poe». (Oleron)   In assenza di illustrazioni di Beardsley, ne proponiamo un’altra, purtroppo anonima, che arricchisce un volumetto del 1901 in cui il racconto Ligeia viene pubblicato (insieme a Lo scarabeo d’oro) dall’editore Sonzogno, specializzato nella pubblicazione di libri illustrati di prezzo contenuto e destinati a un pubblico popolare. Il testo (integralmente consultabile online) fa parte del fondo donato alla biblioteca da Oreste Trebbi.   Edgar Allan Poe, Ligeia ; Lo scarabeo d'oro, Milano, Sonzogno, stampa 1901. Collocazione: TREBBI Cart. 28/B, 11
immagine di Edgar Allan Poe, The raven (1883)
Edgar Allan Poe, The raven (1883)
Le illustrazioni hanno avuto moltissima importanza nel diffondere l’immaginario visivo legato al genere gotico e del mistero. The Raven, uno dei più famosi poemi di Poe, non è direttamente citato in Oleron, ma vale la pena compiere una breve digressione per ammirare le incisioni dei disegni di Gustave Doré che arricchiscono questa edizione in grande formato del poema, datata 1883. Chiudiamo il capitolo Poe ricordando che Benni lo cita anche nel racconto Priscilla Mapple e il delitto della II C, che riprende la struttura del giallo classico, di cui lo scrittore di Providence è considerato un fondatore grazie ai tre racconti dedicati alle indagini di Auguste Dupin.   Edgar Allan Poe, The Raven, illustrated by Gustave Doré, London, Sampson Low, Marston, Searle, and Livington, 1883. Collocazione: 10. s. I. 33
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Ludovico Hernandez, Le proces inquisitorial de Gilles de Rais (1921)
Prima ancora di Poe, il conte di Oleron indica al narratore un’altra guida, un maestro alternativo a quelli convenzionali della scuola che entrambi frequentano:    «Oleron sorrise e mi mostrò un altro libro. Era il “Processo a Gilles de Rais”. - Anche questo era un uomo - disse accalorandosi - nato dall’amore di un uomo e di una donna. Tutto quello che ha fatto lo ha fatto perché era nella sua natura. Come nella tua e nella mia. Se il vaniloquio dei “maestri” di questo collegio, di questa prigione, non spegnerà la nostra sete di verità, noi potremo essere come lui. E guardò sprezzante l’insegnante di storia, che si trovava anche lui in biblioteca. Come se avesse avvertito quello sguardo, l’insegnante ci disse di stare zitti e di non disturbare. Avidamente, iniziai a leggere le gesta scellerate di Gilles de Rais. E Oleron senza guardae né me né il libro, sorrideva come se leggesse insieme a me, e avesse quel libro dentro di sé, pagina per pagina». (Oleron)   Il libro che i due studenti leggono con tanta curiosità non è probabilmente quello da cui traiamo questo ritratto, anche perché nel 1965 Georges Bataille pubblicò un Le procès de Gilles de Rais che ebbe grande successo e al quale probabilmente Benni pensa. Non cambiano però le sanguinarie vicende che entrambi i libri raccontano e che portarono all’impiccagione di Gilles de Montmorency-Laval, meglio conosciuto come Gilles de Rais, da molti indicato - con evidente anacronismo - come il primo serial killer riconosciuto e giustiziato. Personaggio storico, compagno d’armi di Giovanna d’Arco, ma anche personaggio letterario se è vero che la sua figurà ispirò a Charles Perrault la creazione di Barbablù e gli orrendi omicidi narrati nell’omonima fiaba. Ma chi partecipa a questo gruppo di lettura fin dall’inizio ricorderà che Gilles compare anche in uno degli ultimi romanzi del Ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti, Mater terribilis, in cui il terribile conte accompagna proprio la pulzella d’Oléans. Il libro di Hernandez, oltre a un essai de réhabilitation, contiene altre illustrazioni.   Ludovico Hernandez, Le procès inquisitorial de Gilles de Rais, marèchal de France. Avec un essai de réhabilitation, Paris, Bibliotheque des Curieux, 1921. Collocazione: VENTURINI B. 1793
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Magia e mistero tra i fondi dell’Archiginnasio
«– E cosa intendi – chiesi – per tempo dietro al tempo?– È il luogo dove abitano coloro che esistevano prima di noi, e un giorno di nuovo abiteranno il mondo. [...] Guai allora a chi non conoscerà le antiche formule, a chi non saprà pregare! E non le sordide preghiere della resa e della sottomissione. Le preghiere della battaglia. Il grido dell’angelo caduto». (Oleron)   L’atmosfera cupa, gotica, misteriosa che si respira nel racconto Oleron non è per forza limitata al mondo della narrativa. Di magia ed esoterismo, come è noto, si è scritto moltissimo, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio dello scorso secolo, spesso trattandole alla stregua di vere scienze, o cercando di convincere lettori dubbiosi dell’esistenza di forze superiori a quelle di cui facciamo esperienza ogni giorno.Chi, come Oleron, ne fosse affascinato, o più semplicemente incuriosito, può consultare una sezione del Fondo speciale Riccardo Morara. Tra i moltissimi materiali raccolti e pazientemente ordinati da Morara, bibliotecario dell’Archiginnasio – ritagli e stralci di giornale, ma anche sovraccoperte di libri, opuscoli e riviste – a tema soprattutto storico e letterario, locale e nazionale, si trovano quattro grandi faldoni (numerati, nel inventario, 706-709) interamente dediti a “Scienze occulte (spiritismo, streghe, superstizioni)”. Tra i materiali più interessanti, articoli che parlano di veggenti antichi – uno sull’astronomo e astrologo Cassini sotto le due Torri – e moderni – gli spettacoli del “Veggente Croiset” al “centro di Studi Parapsicologici di Bologna” e dei telepati “Thelma and William” al teatro Duse. Ma anche un piccolo opuscolo, dal titolo quantomai evocativo, qui a fianco riprodotto, che raccoglie alcune bizzarre avventure del mago, esoterista e prestigiatore Bartolomeo Bosco. Il libretto presenta un’evidente bruciatura. Morara appunta, nel fascicolo che contiene l’opuscolo: «Il poeta Zangarini raccontava che la bruciatura sulla copertina era stata fatta dal dito dello spettatore durante un esperimento di magia».   Satana. Raccolta universale, biografica, aneddotica delle avventure di Bosco da Torino, professore di prestidigitazione, Torino, G. Favale, 1860. Collocazione: Fondo speciale Riccardo Morara, unità 706, cart. I, n. 2
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Pulismani a motore
«Joe Blocchetto prese a tremare come se avesse la malaria. Era in aspra tentazione con se stesso. Da una parte c’era Pronto in trappola, dall’altra la più spaventosa serie di infrazioni mai vista a memoria di vigile. [...] Ed ecco che gli passò vicino un cieco su una Maserati rubata senza marmitta, gli sgasò in faccia e disse: - Ehi pulismano, dov’è una bella strada frequentata da far due belle pieghe a tutta manetta? Joe Blocchetto di portò il fischietto alla bocca, ma non riuscì a cavarne alcun suono. Stramazzò al suolo. Avevamo vinto». (La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case)   Il gergo bolognese sale alla ribalta, nelle espressioni che descrivono le prodezze automobilistiche e soprattutto in quell’appellativo - «pulismano» - che parodiando l’inglese diventa quasi un segnale di sfida e di scherno dell’uomo della strada verso le forze dell’ordine cittadine. Il termine viene utilizzato, con apprezzabile autoironia, anche nel titolo del libro (di cui vediamo qui la copertina) che racconta la storia del Corpo di Polizia Municipale di Bologna e, in particolare, della sua pattuglia motociclistica, fondata nel 1934. Il testo contiene anche un breve intervento di Luigi Lepri, alias Gigén Lîvra, ex vigile e grande esperto del dialetto bolognese,  intitolato I vigili e il dialetto bolognese (p. 15-17).   Giuliana Musi, Lorenzo Parma, I pulismani. I 75 anni dei Vigili Motociclisti di Bologna, Argelato, Minerva, 2010. Collocazione: 17* AA. 1932
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La pattuglia mattociclista di Matitaccia
          Giuliana Musi, Lorenzo Parma, I pulismani. I 75 anni dei Vigili Motociclisti di Bologna, Argelato, Minerva, 2010. Collocazione: 17* AA. 1932    
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Giuseppe Matraja, Genigrafia italiana (1831)
«Sulla strada incontrò un vecchio woorogoro. - Shimì woro, ti piace? - disse l’oogoro - guarda, ti piace la mia shammizé? - Woof - disse l’orogoro - stupido come uno tsezehé! Non vedi che quella che tieni tra le braccia è la woolanda? Alla luce della luna l’oogoro guardò bene, vide il suo errore e se ne andò tzuke shimite no shimé, triste come chi ha perso il nome delle cose». (Shimizé)   Ancora un racconto in cui Benni gioca con la lingua, innestando un lessico inventato sulla struttura sintattica e grammaticale della lingua italiana. Ma più che l’invenzione il tema della breve narrazione è la confusione linguistica, la difficoltà di intendersi, spesso anche fra parlanti dello stesso idioma. La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea è un testo in cui Umberto Eco prende in rassegna tutti i tentativi con cui l’uomo ha cercato di costruire un modo di comunicare universale, che permettesse di superare le differenze linguistiche delle varie comunità di parlanti. Fra i molti esempi Eco cita brevemente quello di Giuseppe Matraja, che nel 1831 pubblica il volume Genigrafia italiana, in cui cerca di costruirire una lingua in cui le parole sono sostituite da combinazioni di lettere e cifre che dovrebbero permettere di tradurre in maniera univoca tutte le lingue. Il metodo di Matraja, dice Eco, «è casuale e faticoso» (p. 327) e i risultati scarsi, ma la trascrizione del Pater noster che si scorge nella tavola a fianco mantiene un certo fascino e ispira curiosità. Che la proposta di Matraja non abbia attecchito è dimostrato dal fatto che la parola «genigrafia» rimane assente dai principali dizionari otto-novecenteschi. Regaliamo quindi ancora qualche riga all’autore di quest’opera, per vedere come la spiega Esposizione sommaria della genicographia che apre il volume (p. 1-3):   «La parola greca Genico-graphia, e da questa sincopata Genigrafia spiega esattamente l’ogetto che qui si propone; perché tradotta all’italiano dice = Scrittura generale; cioè = modo di scrivere generalmente, senza relazione agli idiomi» (p. 1).   Del lavoro di Matraja parlano anche Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti in Aga magéra difúra. Dizionario delle lingue immaginarie (p. 160-161) definendolo come un progetto ascrivibile al campo delle «lingue numeriche».   Francesco Giovanni Giuseppe Matraja, Genigrafia italiana. Nuovo metodo di scrivere quest'idioma affinchè riesca identicamente leggibile in tutti gli altri del mondo, Lucca, dalla Tipografia genigrafica, 1831. Collocazione: SORBELLI C. 386 Il testo è integralmente consultabile online.
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Musica sotto le Due Torri
«Infatti tre mesi dopo Peter era primo in tutte le classifiche americane italiane francesi e malgasce. La sua chitarra a freccia era diventata un simbolo per milioni di giovani e la sua tecnica era invidiata da tutti i chitarristi». (La chitarra magica)   Anche dopo che le luci dello spettacolo si sono spente, e gli artisti sono stati applauditi, o criticati, sopravvivono tutta una serie di documenti – avvisi, manifesti, locandine, biglietti, documenti – come quelli che la Biblioteca dell’Archiginnasio conserva nel Fondo speciale Teatri e spettacoli, su cui si veda In scena a Bologna. Il fondo Teatri e spettacoli nella Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna (1761-1864; 1882) (integralmente consultabile online). Si tratta perlopiù di materiali legati ad eventi sette e ottocenteschi, ma anche dello scorso secolo, del territorio bolognese o, più raramente, della provincia.Tra i materiali più recenti, e più prossimi alla musica suonata dal protagonista de La chitarra magica di Stefano Benni, si segnala il manifesto, riprodotto a fianco, del Teatro Duse del 12 ottobre del 1978. Viene pubblicizzato un recital di Giorgio Gaber dal titolo Polli d’allevamento, con le musiche di due compositori d’eccezione: Franco Battiato e Giusto Pio. Anche Benni ha calcato in più di un’occasione le assi del palcoscenico. In campo musicale ricordiamo in particolare lo spettacolo Misterioso. Viaggio nel silenzio di Thelonious Monk, dedicato al grande pianista jazz. Benni raccontava la sua storia di vita e di artista, leggendo testi da lui composti accompagnato al pianoforte da Umberto Petrin.   Giorgio Gaber, Polli d’allevamento, manifesto, 1978. Collocazione: Fondo speciale Teatri e spettacoli, XIII.03
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Musica sacra, musica profana
«Allora avvenne un miracolo: il vecchio si trasformò in un omone truccato con rimmel e rossetto, una lunga criniera arancione, una palandrana di lamé e zeppe alte dieci centimetri.L’omone disse: – Io sono Lucifumándro, il mago degli effetti speciali. Dato che sei stato buono con me ti regalerò una chitarra fatata». (La chitarra magica)   Il musicista che incontra un mago – come nel caso del racconto La chitarra magica – o il diavolo, e in cambio di una buona azione o della sua anima riceve uno strumento fatato, è un vero e proprio topos delle leggende legate ai musicisti moderni, antico quanto il blues – a partire, notoriamente, dal grande chitarrista del Delta del Missisipi Robert Johnson. Peter, all’inizio del racconto, suona proprio una delle canzoni più famose di Johnson, Crossroads.Tra i fondi della Biblioteca dell’Archiginnasio non si trovano tracce di maghi particolarmente melomani, o di patti faustiani a tema musicale. Al contrario, la biblioteca conserva un nutrito fondo di manoscritti di musica sacra, innari, antifonari e lezionari, di epoca medievale e della prima età moderna. Tra di essi, il bell’innario trecentesco A.129, proveniente verosimilmente da un convento domenicano, come dimostra la presenza dell’inno dedicato al fondatore dell’ordine Domenico da Guzmán qui a fianco, alla c. 72r.   Innario, manoscritto, 1290-1310. Collocazione: Fondo Manoscritti, A. 129
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Gualtiero Fabbri, Al cinematografo (1907)
Nella gallery documentaria dedicata a Bar Sport abbiamo colpevolmente trascurato il racconto Il cinema Sagittario. È tempo di colmare questa lacuna approfittando di un racconto parallelo a quello appena citato e presente in Il bar sotto il mare. Il titolo è Il pornosabato dello Splendor. In entrambe le storie non viene celebrato tanto il cinema come forma d’arte, ma la frequentazione delle sale cinematografiche, gli episodi divertenti che vi possono accadere, il microcosmo che si viene a creare durante le proiezioni. Ma se Benni racconta la vita delle sale cinematografiche nel momento del loro massimo splendore, con il breve romanzo di cui vediamo a fianco la copertina risaliamo a un’epoca pionieristica dello spettacolo cinematografico. Al cinematografo di Gualtiero Fabbri esce infatti nel 1907. Non solo l’edizione originale è di difficile reperibilità, ma il testo è citato in pochissime bibliografie dedicate ai primordi del cinema, perché è stato «dimenticato per decenni» nonostante possa essere definito com un «“incunabolo” della narrativa d’ispirazione cinematografica» (Sergio Raffaelli, Un pioniere, in Gualtiero Fabbri, Al cinematografo, p. 81-105: 92). Siamo quindi di fronte a uno dei primi, se non il primo testo narrativo ambientato all’interno di una sala cinematografica. L’autore, Gualtiero Fabbri, «nacque a Bologna nel 1861 da ragguardevole famiglia romagnola» (ivi, p. 82), anche se spese gran parte della sua attività di promotore della settima arte fra Milano e Torino (dopo un lungo soggiorno statunitense). Il racconto ha un evidente intento promozionale, essendo stato composto per un concorso indetto da Pietro Tonini (sua la pagina di presentazione dell’edizione del 1907), che possedeva alcune sale cinematografiche e avvertiva l’esigenza di attirare spettatori “educandoli” alla fruizione dello spettacolo cinematografico, esaltandone la novità e i pregi. La descrizione che Fabbri fa della sala cinematografica è sorprendentemente simile a quelle che Benni proporrà decenni dopo. In entrambi i casi ci sono bambini e ragazzini che danno fastidio, amanti che approfittano del buio, giovani malintenzionati che ugualmente si avvalgono dell’oscurità per sottrarre un portafoglio o palpeggiare un’avvenente ragazza. E c’è la mescolanza delle classi sociali, il gentiluomo che si trova a fianco dell’operaio, la servetta che viene presa di mira dallo studente. Un mondo ormai quasi scomparso, del quale Fabbri ha narrato gli albori e Benni il tramonto. Anche per questo nelle sue pagine manca quell’ottimistico intento educativo che pervadeva invece il racconto del 1907, in cui,  assistendo a una proiezione, un giovane poco di buono «è stato un novello Innominato: si è convertito dalla mala alla buona vita, merito tutto del cinematografo» (p. 63). In Benni queste parole avrebbero assunto un sapore ironico del tutto assente nell’opera di Fabbri. Il volume qui presentato è una riproduzione facsimilare dell’edizione del 1907, quindi ha l’ulteriore curiosità di proporre anche le pagine pubblicitarie che corredavano quell’esile libretto. Sull’autore si veda Gualtiero Fabbri pioniere sommerso del cinema, tra pellicola e digitale, a cura di Rino Caputo e Mirella Zecchini Busetto.   Gualtiero Fabbri, Al cinematografo, a cura di Sergio Raffaelli, rist. anastatica, Roma, Associazione italiana per le ricerche di storia del cinema ; Bologna, Persiani, 2012. Collocazione: ARPE-BO B. 8198            
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Il Cinematografo dei sordomuti in Bologna
Fra Bologna e il cinema sembra esserci sempre stato un rapporto privilegiato, suggellato nel 1962 dalla nascita della Cineteca che ancora oggi, diventata Fondazione Cineteca, è un fiore all’occhiello della città riconosciuto a livello mondiale. Ma anche nella prima metà del ventesimo secolo le esperienze cittadine legate alla settima arte sono state numerose, di successo e curiose. Ne andiamo a vedere alcune a solo titolo esemplificativo. La prima è quella del Cinematografo dei sordomuti, nato nel 1912 all’interno dell’Istituto Gualandi, che si occupava appunto - e ancora oggi lo fa come Fondazione Gualandi - dell’educazione dei bambini sordi. Questo volume ripercorre i primi cinque anni di attività di questa sala cinematografica speciale, considerata uno strumento educativo fondamentale per i giovani non udenti, come sottolinea l’autore Raffaele Grassi - al tempo vicedirettore dell’Istituto e direttore del periodico «Èffeta» - nelle pagine introduttive del volume.   Raffaele Grassi, I primi cinque anni di vita del Cinematografo dei sordomuti in Bologna, Bologna, Tip. sordomuti, 1917. Collocazione: 17-AMMIN. MUNICIPALE, P 02, 009
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Le locandine del Cinema dei sordomuti
La sala cinematografica dell’Istituto Gualandi ha lunga vita. La Biblioteca dell’Archiginnasio possiede tre locandine che ne promuovevano le proiezioni fra 1939 e 1940, non solo mettendone in luce l’aspetto educativo ma anche esaltandone gli aspetti di comodità. Sulla locandina del 23 giugno 1940 - il film principale in programma è Il giglio insanguinato (titolo originale: Marie Chapdelein) di Julien Duvivier - troviamo scritto: «L’ampia sala del CINEMA SORDOMUTI - di una FRESCHEZZA ideale - può gareggiare con qualunque Cinema all’aperto».   Il segreto della felicità, tratto dal capolavoro di Pierre Wolf, protagonista il piccolo Michel Alain. Domenica 28 maggio 1939-XVII. Cinema Sordomuti, Bologna, via Nosadella n. 51, Bologna, Scuola prof. tip. sordomuti, [1939], locandina. Collocazione: 34. F. 4752   L'amor mio non muore, una genialissima produzione "Amato" della General Cine con Alida Valli e i tre famosissimi comici fratelli Eduardo, Peppino, Titina De Filippo. Sabato 4 novembre 1939-XVIII. Cinema Sordomuti, Bologna, via Nosadella n. 51, Bologna, Scuola prof. tip. sordomuti, [1939], locandina. Collocazione: 34. F. 4753   Il giglio insanguinato (Marie Chapdelein), della Romulus Lupa Film tratto dal romanzo di Louis Hérmon ... Domenica 23 giugno 1940-XVIII. Cinema Sordomuti, Bologna, via Nosadella n. 51, Bologna, Scuola prof. tip. sordomuti, [1940], locandina. Collocazione: 34. F. 4754  
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Il Circolo Bolognese del Cinema
Nel 1948 nasce, per opera di Renzo Renzi, il Circolo Bolognese del Cinema, embrione della futura Cineteca. La Biblioteca dell’Archiginnasio possiede 66 opuscoletti che ne documentano l’attività fra il 1948 e il 1951. Una programmazione molto ricca e interessante di proiezioni che venivano accompagnate da un breve testo critico sull’opera, di cui vediamo qui un esempio.   Circolo Bolognese del Cinema, Anteprima di Un'altra parte della foresta di Michael Gordon, al cinema Fulgor, alle ore 10 di domenica 30 gennaio 1949, [S.l.], [s.n.], [1949]. Collocazione: MISC. A. 4794/1 (1949)
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Prima mostra retrospettiva del cinema (1950)
Arrivati al 1950, dopo tre ani di vita, per il Circolo Bolognese del Cinema - presieduto da Roberto Longhi - è già tempo di andare oltre l’attività regolare di proiezione e organizzare una ricca mostra retrospettiva, quindi un evento culturale che porti anche a riflessioni critiche e teoriche sulla settima arte. Così scrive Roberto Renzi in uno scritto introduttivo al catalogo della mostra:   «Se oggi il Circolo vuole allargare la propria attività ed influenza, deve proporsi i problemi non più in termini di centinaia, ma in termini di migliaia di persone. Questa mostra è uno dei primi tentativi in tal senso». (Renzo Renzi, Tre anni compiuti, in Prima mostra retrospettiva del cinema, p. 11-13: 13)   L’opsucolo contiene anche brevi scritti di Francesco Arcangeli, Giuseppe Raimondi e Alberto Lattuada.   Prima mostra retrospettiva del cinema, in Bologna dal 19 al 25 giugno 1950, organizzata dalla Cineteca Italiana, con la collaborazione del Circolo Bolognese del Cinema, Bologna, Circolo Bolognese del Cinema, stampa 1950. Collocazione: MISC. A. 5156
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Alessandro Bertolotti, Guida al cinema erotico e porno (2017)
Per concludere il capitolo cinema, torniamo a Benni e in particolare al racconto Il pornosabato dello Splendor:   «- Don Calimero - gridarono - Sodoma e Gomorra! Tutto il paese è a vedere il film porcografico. Sono entrati anche le donne e i minori! Don Calimero si precipitò davanti allo Splendor e con orrore sentì provenire dall’interno una canea di fischi, urla ed esclamazioni di incitamento “Vai vai, vai così che ce la fai”». (Il pornosabato dello Splendor)   Il titolo del «film porcografico» in questione è Giochi proibiti di ragazze per bene. Non abbiamo controllato se sia presente in questa Guida al cinema erotico e porno.   Alessandro Bertolotti, Guida al cinema erotico e porno. Dal cinema muto a oggi, Bologna, Odoya, 2017. Collocazione: ARPE-BO A. 4133
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Siamo lieti di averla tra noi (2012)
«Il mio rapporto coi fumetti è stato sempre altalenante, in alcuni periodi li leggo, in altri mi dimentico che esistano. Io mi nutro e mi sono sempre nutrito di libri, e in mezzo magari c’era anche qualche suggestione dal cinema o dai fumetti, ma non sono mai stato un cultore dell’immagine, sono da sempre un cultore della parola». (Stefano Benni, Parola di Stefano, in Siamo lieti di averla tra noi, p. 3)   Dell’altalenante rapporto di Benni col fumetto avremo modo di parlare più a fondo occupandoci delle prossime lettura in programma per Stranalandia, ma non possiamo non ricordare qui il libro da cui sono tratte le parole appena citate e di cui vediamo la copertina. Il volume infatti raccoglie 45 brevi trasposizioni a fumetti (non più di quattro tavole) di racconti di Benni, realizzate da giovani aspiranti fumettisti in occasione del concorso Siamo lieti di averla tra noi. I racconti di Stefano Benni a fumetti, organizzato nel 2011 da Flashfumetto - un progetto dell’Ufficio Giovani del Comune di Bologna - e da Hamelin Associazione Culturale. I partecipanti - in totale 148, alcuni dei quali diventati in seguito firme importanti nel panorama fumettistico - potevano scegliere di tradurre in vignette un racconto tratto da una di queste tre raccolte di Benni: Il bar sotto il mare, L’ultima lacrima e La grammatica di Dio. Questo volume - che ha per titolo proprio la formula con cui il narratore viene accolto nel locale sottomarino nel Prologo de Il bar sotto il mare, che diventerà «Siamo stati lieti di averla tra noi» nel Finale - raccoglie 45 delle opere presentate al concorso, a partire dalle tre vincitrici. Elenchiamo le trasposizioni tratte da Il bar sotto il mare, che fra le tre raccolte di racconti è quella più rappresentata in questa selezione, indicando tra parentesi gli autori. Segnaliamo anche quando il titolo originale del racconto è stato modificato: Prologo (Lucio Pellicano) L’anno del tempo matto (Laura Massaro) Ufizèina il grande, trasposizione de L’anno del tempo matto (Andrea “Echorn” Tommolini) Il più grande cuoco di Francia (Stefano Chichì) Bon Bon, trasposizione de Il più grande cuoco di Francia (Antonio Vinci) Il più grande cuoco di Francia (Pietro Elisei) Metà narrazione, trasposizione de Il verme disicio (Luca Speranzoni e Mirko Bonini) Il verme disicio (Caterina Baldelli) Achille ed Ettore (Silvia Rocchi) Nastassia (Gianluca Valletta) Californian Crawl (Michael Lani) La traversata dei vecchietti ventitré anni dopo, trasposizione de La traversata dei vecchietti (Alberto Giammaruco) Shimizè (Roberta Tedeschi) Shimizè (Jacopo Oliveri) Shimizè (Andrea Rinaldi) Shimizè (Niccolò Tonelli) Priscilla Mapple e il delitto della 2° C (Vincenzo Palombino) I quattro veli di Kuala (Marta Cavicchioni) Autogrill Horror (Mattia Camangi) Racconto breve (Jacopo Tavianucci) Il pornosabato dello Splendor (Francesca Zoni)   Siamo lieti di averla tra noi. I racconti di Stefano Benni a fumetti, Bologna, Kappa Edizioni, 2012. Collocazione: 20.W. 4079
immagine di Il più grande cuoco di Francia a fumetti
Il più grande cuoco di Francia a fumetti
«Il volume che leggerete accoglie narratori che [...] hanno trovato le loro storie nelle storie di un altro narratore: Stefano Benni. Il loro è stato dunque prima di tutto un lavoro di lettura/ascolto, scoperta, incontro, innamoramento. [...] Hanno scoperto una storia in particolare che era la loro, e da quell’incontro è nato l’amore. Hanno “tratto ispirazione, e trascritto, trasposto, tradotto quella storia a modo loro, cioè rivivendola, interpretandola, ri-raccontandola». (Alberto Sebastiani, Il mestiere più antico del mondo, in Siamo lieti di averla tra noi, p. 95-96: 95)   Come Il bar sotto il mare nasce da altre opere letterarie, giocando con la tradizione e le convenzioni, a loro volta questi racconti sembrano avere la capacità di dare spunto a nuove narrazioni e nuove storie che offrano anche significati e punti di vista non necessariamente coincidenti con quello del testo - e dell’autore - originali. Per averna una concreta rappresentazione presentiamo le tavole conclusive di due delle tre trasposizioni di Il più grande cuoco di Francia presenti nel volume, quella di Stefano Chichì (a sinistra nell’immagine a fianco) e quella di Antonio Vinci (a destra). La rappresentazione grafica dei protagonisti è completamente diversa nelle due versioni, nonostante il racconto abbia un paragrafo intitolato Portraits in cui sia lo chef che il Diavolo sono dettagliatamente descritti. Ma ancora più sorprendente è il fatto che il senso del racconto è ben differente da quello originale nella versione di Vinci. Infatti l’ultima battuta demoniaca presente nel racconto («Forse - ghigna quello - oppure il diavolo si è fatto una mangiata gratis nel più bel ristorante di Francia») viene eliminata, cancellando così quell’ambiguità e quell’incertezza su chi abbia vinto la sfida di cui abbiamo parlato in una scheda precedente e che è tipica del topos letterario dell’incontro fra l’essere umano eccezionale e la creatura infernale. Anche l’espressione dei due protagonisti nell’ultima vignetta di Vinci non lascia adito a dubbi: è stato il Diavolo che è rimasto scornato.   Stefano Chichì, Il più grande cuoco di Francia, in Siamo lieti di averla tra noi. I racconti di Stefano Benni a fumetti, Bologna, Kappa Edizioni, 2012, p. 33-36.   Antonio Vinci, Bon Bon (Il più grande cuoco di Francia), in Siamo lieti di averla tra noi. I racconti di Stefano Benni a fumetti, Bologna, Kappa Edizioni, 2012, p. 37-40. Collocazione: 20.W. 4079
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Conosciamo il verme disicio
«C’era un uomo che non riusciva mai a terminare le cose che iniziava. Capì che non poteva andare avanti così. Perciò una mattina si alzò e disse: “Ho preso una decisione: d’ora in poi tutto quello che inizie...”». (Racconto breve)   Per non fare la stessa meschina figura dell’inconcludente protagonista di Racconto breve, è bene trovare una conclusione a questo nostro viaggio che abbia veramente il sapore di un percorso compiuto, che abbia raggiunto un punto d’arrivo sensato. A noi, lettrici e lettori, viene naturale trovare risposte e insegnamenti utili fra le pagine dei libri. Alle volte però ci si imbatte in presenze apparentemente poco piacevoli, come il verme disicio di cui abbiamo già parlato ma che qui incontriamo per la prima volta nella rappresentazione a fumetti che ne dà Caterina Baldelli. Potremmo allora utilizzare, per concludere in maniera adeguata, la confusa esortazione con cui Benni chiude il racconto a lui dedicato:   «Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio». (Il verme disicio)   Ma perché accanirci con lui? Non siamo anche noi biblioanimali che si nutrono delle parole altrui per assimilarle e trarne forza? Vista così, e nonostante i danni che combina, il vermetto risulta quasi simpatico. Finalmente, ecco la conclusione migliore, il punto d’approdo, la chiusura del cerchio: il verme disicio siamo noi!   Caterina Baldelli, Il verme disicio, in Siamo lieti di averla tra noi. I racconti di Stefano Benni a fumetti, Bologna, Kappa Edizioni, 2012, p. 49-51. Collocazione: 20.W. 4079
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